Elenco blog personale

venerdì 30 marzo 2012

Stoner

Che poi certe volte ci si casca proprio per caso, dentro alcuni libri. Mai prima della scorsa settimana avevo sentito nominare Stoner. Ha una vita banale, William Stoner, gli studi, un incarico universitario, un matrimonio che subito dopo il viaggio di nozze inizia a naufragare, una figlia molto amata e molto lontana, pochi amici, un amore. E in questa sua vita nessuna scelta radicale, nessuna "botta da matto", nessun combattimento. In apparenza un debole, uno che soccombe, un perdente, insomma. E tuttavia la sua vita in fondo assomiglia così tanto alle nostre piccole, insignificanti esistenze che non si può non ritrovare in lui qualcosa dei propri pensieri, il desiderio di non essere causa di sofferenze altrui, la ricerca interiore, la consapevolezza del dolore di ogni essere umano. Ognuno, volendo, ci trova qualcosa di quel sé che si tende a nascondere agli altri. 

"Era arrivato a un'età in cui, con intensità crescente, gli si prensentava sempre la stessa domanda, di una semplicità così disarmante che non aveva gli strumenti per affrontarla. Si ritrovava a chiedersi se la sua vita fosse degna di essere vissuta. Se mai lo fosse stata. Sospettava che alla stessa domanda, prima o poi, dovessero rispondere tutti gli uomini. Ma si chiedeva se, anche agli altri, essa si presentasse con la stessa forza impersonale. La domanda portava con sé una certa tristezza, ma era una tristezza diffusa che (pensava) aveva poco a che fare con lui o con il suo destino particolare. Sorgeva, secondo lui, dall'accumularsi degli anni, dalla densità dei casi e delle circostanze e dalla comprensione che era riuscito ad averne."

"Stoner" John Williams

martedì 27 marzo 2012

attitudini

 
e insomma cerco in coscienza di essere una brava cittadina, di inquinare il meno possibile, di fare la differenziata, di non prendere la macchina (del resto non ce l'abbiamo mica, la macchina, dovremmo rubarne una, casomai...) ma il bus, o andare a piedi, le cane le porto al guinzaglio, tranne che negli spazi autorizzati, e loro sono educate, pore creature. e raccolgo SEMPRE e dico SEMPRE ciò che devo. non solo per dovere (e neanche per piacere, mbè, non esageriamo) ma perchè non mi piace lasciare sporco, chè la città è la mia e io la amo.
nonostante ciò se c'è da ricevere un cazziatone,  tocca a me, è inevitabile. hanno da poco riaperto un giardino vicino casa, tanti anni che l'aspettavamo qua nel quartiere e finalmente...è di nuovo nostro. non ci sono cartelli indicanti che ai cani sono inibite le aiole e quindi felici e beate, andiamo a spasso nel giardino. ebbene, il primo cazziatone col giardino aperto al pubblico tocca a me. un energumeno che a momenti mi piglia a ceffoni mi dice che là i cani non possono andare ASSOLUTAMENTE e che farà mettere il filo spinato, lui, così vediamo se poi ci vanno...quando sono assalita a freddo io resto basita e proprio non riesco a rispondere a modino. così incasso e forse penso di essere nel torto. così chiedo al vigile di quartiere "ma i cani possono entrarci, nel giardino?" e lui "bè, certo, non ci sono mica i cartelli". bene, ci torno, ma solo col favor delle tenebre, chè l'energumeno mi ha annichilito e non voglio incontrarlo di nuovo. lui non lo incontro più, Dio sia lodato, ma un altro paio di ammonizioni le ricevo, da imprecisati guardiani, molto ma molto più gentili, in verità. fino a stasera. passeggiatina prima delle ninne, le mie cane annusano e la piccina fa la pipì. è un cane, il prato è il suo bagno, no?? ebbene passa un signore che gridando mi inveisce contro "FALLA PISCIARE IN CASA TUA, MALEDUCATA, CHE IL PRATO NUOVO L'ABBIAMO PAGATO NOI!!" e anche qui, ammutolita, non riesco a ribattere che forse un piccolo obolo per il nuovo prato ce l'ho messo pure io che abito qui da 17 anni. mi guardo intorno e vedo: 3 cani slegati che corrono felici nel suddetto prato (e presumibilmente hanno anche espletato le loro funzioni corporali, penso), 1 cane al guinzaglio ma anch'esso calpestante l'erba nuova (che pare di plastica, peraltro). e allora mi viene spontaneo il pensiero che forse io c'ho l'attitudine ad essere cazziata, forse perchè ho un aspetto tuttaltro che minaccioso, forse perchè vago un po' stordita guardando il verde giovane, la luna nuova, due stelle così luminose che il cuore perde un battito. e annuso la primavera, proprio come le mie cane.

domenica 25 marzo 2012

jazz

come tutte le persone che mi conoscono bene sanno, la musica è una componente essenziale della mia vita. è stata ed è oggi ancor di più, felicità profondissima, soccorso, ascesi, oblio e ricordo, gioia, gioia pura. le mie sorelle sanno che se dovessi essere, un giorno, confinata in un reparto di terapia intensiva, io vorrei le cuffie alle orecchie, con la mia musica.
fermo restando la passione esssaggerata che ho per il rock, ascolto e trovo qualcosa praticamente in ogni genere di musica, persino in quella sorta di rumore terrifico che ascolta e suona mio figlio. tutto quindi, tranne il jazz.
io lo detesto il jazz. mi fa venire il prurito, alcuni suoni li trovo addirittura urticanti, mi provocano malessere fisico e sudori freddi e bolle.  siccome che però sono sempre nella fase in cui ad ogni questione irrisolta voglio trovare una risposta, mi chiedo il perchè. perchè mai detesto il jazz? francamente non lo so. ma se ci penso, forse trovo una risposta nella mia giovinezza. il mio sabato e la mia domenica non assomigliavano granchè ai sabati ed alle domeniche dei ragazzi di oggi. per solito funzionava così: ci si vedeva a casa di una mia grande amica, un gruppazzo di scoglionati diciassettenni e poi diciottenni  e poi ....fino ai 21-22. alle volte la sera si usciva ma perlopiù il pomeriggio lo passavamo a casa di G., stravaccati sui divani, ad ascoltare la musica. quasi ogni settimana avevamo una novità da ascoltare e il rock entrava nella stanza e ci portava via, nelle città d'america, nelle backstreets, in quella west coast che poco tempo dopo avremmo calpestato, G. ed io. fin quando al ragazzo di G. venne in mente di imparare a suonare la chitarra e sviluppò l'insana malattia del jazz. volevo bene a questo ragazzo, buono, buffo, gentile. epperò da quel giorno in poi, per anni, nella stanza fu solo jazz. pat metheny, sonny rollins, charlie parker, max roach, tutti, tutti li abbiamo ascoltati. e a nulla serviva emettere un flebile lamento, chiedendo pietà, chiedendo crosby, springsteen, young, browne, niente.
poi ci siamo persi, il gruppo di scoglionati ed io (ma G., lei c'è sempre...). non ho più ascoltato un disco nè  sono stata ad un concerto jazz. perchè lo detesto io, il jazz.

venerdì 23 marzo 2012

My hometown

"... Ho pranzato in un minuscolo locale dietro la stazione...e ho osservato a lungo i visi intorno a me e, fuori dalla finestra, l'ultimo lembo di questa smalltown fra la stazione, il distributore di benzina, lo spiazzo deserto dove ferma l'autobus, le casette grigie di legno con il porticato, la strada principale che fluisce nella highway - My Hometown - di Bruce Springsteen, praticamente: quel nodo di solitudine e anelito, pace sepolcrale e ribollir di passioni, che è dentro a tutte le "piccole città" d'America e aiuta a comprendere tante cose di questo modo d'essere e di vivere."


New York l'isola delle colline - Mario Maffi

mercoledì 21 marzo 2012

la bora


questo vento agita anche me...

John William Waterhouse

lunedì 19 marzo 2012

a volte...

C'è troppa pioggia e sto perdendo quota
attraversando vuoti d'aria tra le nuvole.
Se piango in acqua non si nota
e in mezzo agli altri si consiglia di sorridere.

A volte io ho paura di voi più che della solitudine.

domenica 18 marzo 2012

giovedì 15 marzo 2012

i giardini di marzo

si vestono di nuovi colori, se sa...











sabato 10 marzo 2012

venerdì 9 marzo 2012

Nessuna frase è troppo lunga

"...Ma quello che promette la frase lunga è di portarvi oltre l'ignoto, lontano dalla costa, verso profondità e misteri che non sareste in grado di raggiungere nè con la mente nè, molto spesso, con le parole. Quando leggo il modello assoluto in questo senso, Herman Melville - o sento montare la tensione quando la Lettera dal carcere di Birmingham di Martin Luther King comincia a gonfiarsi di proposizioni bibliche elencando ogni singola cosa che la gente di colore non può fare - ho la sensazione di uscire dalla cultura affollata e fluorescente del supermercato locale, e di essere trasportato in un luogo altissimo da cui posso vedere nel tempo e nello spazio, in me stesso e nel mondo. E' come se, per un attimo, fossi stato salvato dal caos frenetico della superstrada e ricondotto a qualcosa dentro di me, dove c'è posto per la certezza e per il dubbio insieme. Io amo i libri: li leggo e li scrivo per la stessa ragione per cui amo parlare con un amico per dieci ore, non dieci minuti...Più tempo dura la nostra conversazione, meno mi sento sospinto e costretto dentro le scatole asfittiche del bianco o nero, repubblicano o democratico, noi o loro. La frase lunga è il modo in cui cominciamo a liberarci dalla meccanicità degli elenchi puntati e dalla disumanità delle caselle da barrare con un si o un no...Oggi di brevità e velocità ne abbiamo a palate. Quello che voglio è qualcosa che mi sostenga e mi allunghi finchè non scatta qualcosa, che mi porti così al di là di una semplice proposizione o di una singola formulazione da farmi ritrovare all'improvviso in un luogo spazioso e strano come la vita stessa..."

Pico Iyer - Internazionale n. 937

giovedì 8 marzo 2012

A tutte le donne


Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l'emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d'amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d'amore.
Alda Merini

lunedì 5 marzo 2012

lavoro dunque sono

avevi avuto, come tanti (quasi tutti?), altre fantasie sulla tua vita lavorativa. avevi sognato qualcosa che avesse a che fare con gli animali, o con lo studio, qualcosa che allargasse lo spazio, senza siepi che escludessero la vista sull'ultimo orizzonte. poi era arrivato il lavoro vero e avevi iniziato pensando che avresti potuto lasciare in qualunque momento, eri così giovane e immaginosa. e invece la vita o il destino o il coraggio che se uno non ce l'ha non se lo può dare, oppure quell'attitudine (da chi l'avevi ereditata?) di attraversare il mondo cercando di occupare poco spazio,  di non dare fastidio non fare rumore, camminando quasi in punta di piedi,  avevano deciso in modo diverso. e dopo più di 30 anni ti ritrovi ancora nello stesso lavoro, quello che all'inizio non ti piaceva. negli anni hai imparato a contentarti, a trovare motivazioni in alcune piccole cose, truccando il tuo lavoro, fondotinta qua, una botta di rossetto là, un po' di mascara e sembra quasi carino, non trovi?
solo che poi la scatola dei trucchi finisce e un giorno dopo l'altro sei sempre più pesante, più stanca. quanti capi hai cambiato in questi anni? quante ristrutturazioni aziendali ti sei fatta? quanti luoghi di lavoro hai vissuto? in ognuno hai lasciato qualcosa di te, hai perso un piccolo tassello di ciò che credevi di essere. hai cercato di mantenere integra la coscienza, ti sei processata, ti sei assolta perchè hai responsabilità  familiari e non puoi mollare. nel frattempo passano gli anni e ti accorgi che davvero nulla dell'azienda per cui lavori ti piace. non condividi nulla, non ami nulla. l'istituto si incattivisce sempre più, il carrozzone statalista nel quale sei cresciuta è diventato un mostro arraffautili. numeri attivi, l'unica cosa che conta. "il vestito su misura" che un tempo ti avevano insegnato a cucire su ciascun cliente si è trasformato in una tunica cinese, uguale per tutti, basta che si venda. contano solo gli utili. quelli che non rendono vadano pure a sofferenze. e tu, tu che hai cercato di preservare una certa qual integrità, una specie di purezza, ti accorgi che non puoi niente.  la tua azienda ha "il dovere/diritto di fare profitti, non è  un servizio pubblico e deve guadagnare". ipse dixit.
e allora non sai far altro se non seguire il consiglio che ti ha dato non molto tempo fa un cliente arrabbiato.
ti vergogni.

domenica 4 marzo 2012

solo una partita...

eggià!
 

sabato 3 marzo 2012

sabato

hai aspettato il sabato con ansia, lo hai bramato, evocato, programmato. poi ti svegli, apri gli occhi ed eccolo qua. apri gli occhi ed hai mal di testa, mal di collo, mal di spalle, mal di sabato perchè hai dormito quella mezz'ora in più del solito. guardi fuori dalla finestra strizzando gli occhi perchè effettivamente hai mal di testa ed è tutto grigio, grigio topo grigio nebbia grigio tortora grigio antracite. grigio. ingozzi un antidolorifico e un gastroprotettore (l'industria farmaceutica ringrazia) e leggiadra inizi la giornata. oggi è sabato e forse è un giorno speciale, oggi è sabato, meno male.

giovedì 1 marzo 2012

Marzo

Cicely Mary Barker
...che ti fa uscire di tasca dei no non ci sto, ti getta nel mare, ti viene a salvare...