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domenica 24 marzo 2013

Io non dimentico


mercoledì 25 aprile 2012

buon 25 aprile!

appena sveglia accendo la radio. telefonate con testimonianze di chi c'era, il 25 aprile del '45. i ricordi di famiglia non comprendono quel giorno, chè Roma era stata liberata in giugno  e mamma lo ricordava con un sorriso felice, la folla per strada, la bella ragazza tirata sui carri armati degli alleati, la gioia. ascolto la radio: chiama una signora di Cuneo che all'epoca aveva 10 anni, racconta. e io, ascoltando le sue parole, mi ritrovo in lacrime. buon 25 aprile!

Il Monumento
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d'un macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA.


Piero Calamandrei

giovedì 8 marzo 2012

A tutte le donne


Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l'emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d'amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d'amore.
Alda Merini

domenica 11 settembre 2011

10 anni

lunedì 25 aprile 2011

25 APRILE

Carissimi papone e mammina,
Perdonatemi il dolore che vi reco che è veramente una angoscia per me. Pensate che tanti sono morti per la Patria ed io sono uno di quelli. La mia coscienza è a posto: ho fatto tutto il mio dovere e ne sono fiero. Questo deve essere per voi vero conforto. Vi abbraccio con tutta l’anima.

Fabrizio vostro

La spilletta regalatela a Bice e così un altro ricordino: anche ai miei nipotini. Saluto e abbraccio tutti, Enrico, Gina, ecc. Non fate storie per il cadavere od altro. Dove mi buttano mi buttano. Quando potrete mettete l’inserzione sui giornali.
Viva l’Italia

f.

Fabrizio Vassalli
Di anni 35. Nato il 18 ottobre 1908 a Roma ed ivi residente. Sposato. Di professione commercialista. Arruolatosi volontario nel Regio esercito italiano nel 1930, si congeda e termina gli studi, conseguendo la laurea in Scienze economiche e commerciali. Nel 1939 è richiamato in servizio e dislocato in Sardegna con il grado di ufficiale di Artiglieria. Nel 1941 è promosso capitano ed inviato in Albania, quindi assegnato alla piccola batteria contraerea sull’isola di Saseno, in Dalmazia. All’annuncio dell’armistizio sabota le strutture militari dell’isola e, con mezzi di fortuna, attraversa il mare Adriatico con i suoi uomini. Giunto a Brindisi, si mette a disposizione del Governo Badoglio, che gli affida un’importante missione a Roma. Attraversato il fronte con il nome falso di Franco Valenti, si congiunge con il movimento di liberazione della Capitale ed entra in contatto con il Fronte militare clandestino di Montezemolo, di cui diventa uno dei più stretti collaboratori. Attivissimo nel raccogliere informazioni, comanda la sua formazione (il "Gruppo Vassalli", per l’appunto) in numerose azioni di spionaggio o sabotaggio. Ricercato dai nazifascisti, è arrestato dalle SS il 13 marzo 1944, mentre si trova in via del Babuino con la moglie Amelia e altri collaboratori. Rinchiuso nel penitenziario di Regina Coeli, viene spesso condotto nelle carceri di Via Tasso per essere sottoposto a duri interrogatori. Il 27 aprile il tribunale militare di guerra germanico lo processa e lo condanna a morte. Anche Amelia subisce la medesima sentenza, ma viene graziata verso la metà di maggio. Il 24 dello stesso mese invece Fabrizio Vassalli è condotto a Forte Bravetta e fucilato con Giordano Bruno Ferrari, Salvatore Grasso, Pietro Bergamini e Corrado Vinci (tutti appartenenti al suo gruppo clandestino, catturati con lui). Alla sua memoria è stata assegnata la medaglia d’oro al valor militare. 

giovedì 17 marzo 2011

buon compleanno Italia!

"bisogna convincere gli uomini che lo scopo della loro vita non è quello di essere più o meno felici, ma di rendere sè stessi e gli altri migliori."
Giuseppe Mazzini

martedì 8 marzo 2011

8 marzo


giovedì 17 febbraio 2011

17 febbraio


LE LETTERE PATENTI DEL XVII FEBBRAIO 1848
CARLO ALBERTO
per grazia di Dio
re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme
duca di Savoia, di Genova, ecc. ecc.
principe di Piemonte, ecc. ecc.
Prendendo in considerazione la fedeltà ed i buoni sentimenti delle popolazioni Valdesi, i Reali Nostri Predecessori hanno gradatamente e con successivi provvedimenti abrogate in parte o moderate le leggi che anticamente restringevano le loro capacità civili. E Noi stessi, seguendone le traccie, abbiamo concedute a que' Nostri sudditi sempre più ampie facilitazioni, accordando frequenti e larghe dispense dalla osservanza delle leggi medesime. Ora poi che, cessati i motivi da cui quelle restrizioni erano state suggerite, può compiersi il sistema a loro favore progressivamente già adottato, Ci siamo di buon grado risoluti a farli partecipi di tutti i vantaggi conciliabili con le massime generali della nostra legislazione.
Epperciò per le seguenti, di Nostra certa scienza, Regia autorità, avuto il parere del Nostro Consiglio, abbiamo ordinato ed ordiniamo quanto segue:
I Valdesi sono ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici de' Nostri sudditi; a frequentare le scuole dentro e fuori delle Università, ed a conseguire i gradi accademici.
Nulla è però innovato quanto all'esercizio del loro culto ed alle scuole da essi dirette.
Date in Torino, addì diciassette del mese di febbraio, l'anno del Signore mille ottocento quarantotto e del Regno Nostro il Decimottavo.

giovedì 27 gennaio 2011


sabato 11 settembre 2010

11 settembre

"...ho strappato le pagine del libro.
le ho rimesse in ordine al contrario, in modo che l'ultima fosse la prima e la prima fosse l'ultima.
le ho sfogliate velocemente e sembrava che l'uomo stesse anzandosi in cielo.
e se avessi avuto altre fotografie, sarebbe volato dentro una finestra e dentro la torre, e il fumo sarebbe stato aspirato nel buco da cui l'aereo stava per uscire.
papà avrebbe lasciato i suoi messaggi a rovescio finchè la segreteria sarebbe stata vuota, e l'aereo sarebbe volato all'indietro, fino a Boston.
papà avrebbe preso l'ascensore per scendere in strada e schiacciato il bottone per l'ultimo piano.
avrebbe camminato all'indietro fino al metrò e il metrò sarebbe andato indietro nel tunnel fino alla nostra fermata.
papà avrebbe superato il tornello all'indietro e poi fatto sfilare al contrario la sua tessera della metropolitana, e sarebbe tornato a casa camminando all'indietro mentre leggeva il New York Times da destra a sinistra.
avrebbe sputato il caffè ella tazza, si sarebbe sporcato i denti e si sarebbe messo i peli in faccia con il rasoio.
sarebbe tornato a letto, la sveglia avrebbe suonato al contrario, e lui avrebbe fatto sogni al contrario.
poi si sarebbe alzato alla fine della sera prima del giorno più brutto.
sarebbe indietreggiato in camera mia fischiettando al contrario i am the walrus.
sarebbe stato nel letto con me.
avremmo guardato le stelle sul soffitto, che avrebbero allontanato la loro luce dai nostri occhi.
io avrei detto -niente- alla rovescia.
lui avrebbe detto -si, pulce?- alla rovescia.
io avrei detto -papà?- alla rovescia, che non è così diverso da papà detto normalmente.
mi avrebbe raccontato la storia del sesto distretto, dalla voce nel barattolo fino all'inizio, da -ti amo- a -una volta, ma tanto tempo fa...-
e saremmo stati salvi."

                         Jonathan Safran Foer "Molto forte, incredibilmente vicino"

mercoledì 8 settembre 2010

8 settembre 1943


Badoglio convocò al Quirinale, alla presenza del re, il generale Ambrosio, i tre capi di stato maggiore, Roatta, Sandalli e De Courten, il ministro della Guerra Sorice, il generale Carboni, il maggiore Marchesi. Intervennero anche Guariglia e il duca Acquarone. [...] L'uno guardava l'altro e nessuno osava parlare. Qualcuno guardava fuori dalle finestre, come per ascoltare se s'udisse l'improvviso rombo degli aerei nel cielo. Il re taceva. Allora prese a parlare il maggiore Marchesi. Spiegò che l'armistizio ormai era firmato, il re e il governo si erano irrevocabilmente impegnati. Ricordò che l'attegiamento degli alleati verso l'Italia poteva essere modificato e reso più favorevole solo nella misura della nostra partecipazione alla lotta comune contro i tedeschi. [...] Quando il maggiore Marchesi ebbe terminato di parlare ci fu un lunghissimo silenzio. Poi Guariglia disse che ogni discussione era ormai inutile e bisognava andare fino in fondo. Il re, che non aveva detto una parola fino ad allora, si alzò e disse che la seduta era finita. Tutti uscirono, il solo Badoglio rimase ancora per qualche minuto con il sovrano. Poi uscì anche lui e disse che il re gli aveva dato facoltà di parlare alla radio. [...]
La famiglia reale arrivò al ministero della Guerra verso le otto, e fu condotta all'appartamento riservato per il ministro in carica, una fila di camere e di salotti di diversissimo stile, secondo i gusti dei vari abitatori; da un pezzo non ci abitava più nessuno, c'era odor di chiuso, aria di abbandono. [...] Il re si sedette in una poltrona, contro il muro; la regina si sedette accanto a lui, gli mise un braccio sulla spalla, con affetto e protezione. Calava la sera, ma nessuno pensò di accendere la luce. Chi li aveva accompagnati dovette lasciarli per attendere agli altri ospiti. Rimasero così silenziosi, immobili, nella stanza che si oscurava. Due poveri vecchietti.  [...]
Da parecchi giorni le voci dell'armistizio erano insistenti. Si diceva che in Calabria le nostre truppe non combattevano più, erano state ritirate dalla prima linea ove ormai non c'erano che i tedeschi. Ma continuavano i ciechi bombardamenti dall'alto; la mattina dell'8 settembre centinaia di apparecchi sorvolarono Frascati e i Castelli romani facendo paurosa rovina. [...] Alle 19,45 di quel mercoledì 8 settembre il capo del governo maresciallo Badoglio annunciava alla radio con quella sua voce ruvida, di soldatone piemontese, che c'era l'armistizio fra le forze alleate angloamericane e le forze italiane. La gente fece capannelli nelle strade che già si abbuiavano, i passanti s'interrogavano l'un l'altro. "Cosa ha detto?" "E' vero che ha detto che siamo in guerra contro i tedeschi?" Presso Aragno un signore con barba e occhiali spiegava con precisione: "No, ha detto solo che le truppe italiane reagiranno a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza". "O, fa lo stesso - disse un uomo maturo - Vado a casa e metto in ordine il fucile". [...] La mattina del 9 settembre Roma si trovò avvolta dalla battaglia.
Si udiva un violento fuoco di mitragliatrici, di bombe a mano, di mortai, dalle parti della via Ostiense e della via Cassia, e un continuo rombo di cannoneggiamento lontano. La gente era tutta per le strade, curiosa, incerta. Le ultime parole dell'annuncio di Badoglio erano state intese dal popolo per quello che volevano dire, che ora c'era un solo nemico per l'Italia, ed era il nemico antico, sempre sentito tale anche durante l'innaturale alleanza, il tedesco. [...] In città i passanti si dicevano l'un l'altro che i tedeschi scappavano al nord, che Mussolini era morto a Campo Imperatore sotto i ferri del chirurgo chiamato ad operarlo d'urgenza, che inglesi e americani erano sbarcati a Civitavecchia e avevano già occupato Cisterna; belle ragazze stettero tutta la giornata sulla soglia delle case ad aspettarli. [...] Ma altri fatti suscitarono i primi segni d'inquietudine. I ministeri avevano mandato a casa tutti gli impiegati, nessun ufficio rispondeva al telefono, a certi comandi militari si bruciavano carte e archivi, fu visto nel deserto ministero dell'Aeronautica un tenente colonnello aggirarsi smarrito con in tasca sei milioni di lire di cui non sapeva che fare. [...] Un gruppo scalmanato di giovani andò a tumultare davanti agli uffici del "Messaggero", poi davanti al "Popolo di Roma", dicendo che volevano stampare un numero unico per denunciare il tradimento del re e di Badoglio che erano fuggiti. Si sapeva che avevano dormito al ministero della Guerra, li avevano visti uscire dalla Tiburtina, una fila di macchine con la targa diplomatica. Si ebbe subito l'impressione che non c'era più un'autorità, né un comando efficiente. La radio era muta; alla Stefani c'era gente, ma non sapeva nulla. Le botteghe erano chiuse, i mercati deserti. Solo i fornai avevano distribuito il pane. [...] La giornata seguente, venerdì 10, s'inizia con colpi lontani di grosse artiglierie e un più vicino e intenso fragore di fucileria dalle parti di porta San Paolo [...] Chi era stato la mattina fuori porta San Paolo aveva potuto sperare ancora nel miracolo, che Roma avrebbe tenuto lontano il nuovo e antico nemico. Nei pressi della basilica si respirava un'aria da quarantotto, di repubblica romana, borghesi armati e animosi, operai, artisti, studenti, mischiati a soldati di gran cuore; fra questi un centinaio di paracadutisti di passaggio per Roma diretti in Sardegna, che di loro impulso si erano collocati sopra una specie di argine al bivio della via Ostiense con la Laurentina, e sparavan rado e giusto contro i tedeschi.
Allineati con loro ragazzi e uomini fatti si facevano insegnare a sparare con le mitragliatrici. [...] In città quando suonarono le sirene dell'allarme, la gente era a colazione; le poche trattorie aperte erano gremite. Cominciarono a udirsi gli scoppi d'artiglieria, colpi in partenza, esplosioni di granate. Tutti fuori, il naso all'aria. non c'era paura. Un colpo cadde sopra una casa in via Bocca di Leone che ne ebbe il cornicione sbrecciato; altre granate scoppiarono in piazza di Spagna e nelle vicinanze. Erano di piccolo calibro, ma il fuoco era abbastanza nutrito. [...] Poco dopo arrivarono dalla piazza alcuni autocarri comandati da un nervosissimo ufficialetto che diceva intorno che si combatteva alla Madonna del Riposo, che i granatieri tenevano duro. "ma voi perché venite via?" "Siamo inferiori di forze - diceva l'ufficialetto - non possiamo tenergli testa ai tedeschi".
(da Paolo Monelli, "Roma 1943", Einaudi)

domenica 25 aprile 2010

25 aprile

http://www.ultimelettere.it/ultimelettere/ultimeletteredocumenti.php?ricerca=770&doc=1019&testo=2&lingua=it

25 aprile

Lorenzo Viale
Di anni 27 - ingegnere alla FIAT di Torino - nato a Torino il 25 dicembre 1917 -. Addetto militare della squadra "Diavolo Rosso", poi ufficiale di collegamento dell'organizzazione "Giovane Piemonte" - costretto a lasciare Torino, si unisce alle formazioni operanti nel Canavesano -. Catturato l'8 dicembre 1944 a Torino, nella propria abitazione, in seguito a delazione, per opera di elementi delle Brigate Nere, essendo sceso dalla montagna nel tentativo di salvare alcuni suoi compagni -. Processato l'8 febbraio 1945, dal Tribunale Co:Gu: (Contro Guerriglia) di Torino, perché ritenuto responsabile dell'uccisione del prefetto fascista Manganiello -. Fucilato l'11 febbraio 1945 al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino, da plotone di militi della GNR, con Alfonso Gindro ed altri tre partigiani.
Torino, 9 febbraio 1945
Carissimi,
una sorte dura e purtroppo crudele sta per separarmi da voi per sempre. Il mio dolore nel lasciarvi è il pensiero che la vostra vita è spezzata, voi che avete fatti tanti sacrifici per me, li vedete ad un tratto frustrati da un iniquo destino. Coraggio! Non potrò più essere il bastone dei vostri ultimi anni ma dal cielo pregherò perché Iddio vi protegga e vi sorregga nel rimanente cammino terreno. La speranza che ci potremo trovare in una vita migliore mi aiuta a sopportare con calma questi attimi terribili. Bisogna avere pazienza, la giustizia degli uomini, ahimè, troppo severa, ha voluto così. Una cosa sola ci sia di conforto: che ho agito sempre onestamente secondo i santi principi che mi avete inculcato sin da bambino, che ho combattuto lealmente per un ideale che ritengo sarà sempre per voi motivo di orgoglio, la grandezza d'Italia, la mia Patria: che non ho mai ucciso, né fatto uccidere alcuno: che le mie mani sono nette di sangue, di furti e di rapine. Per un ideale ho lottato e per un ideale muoio. Perdonate se ho anteposto la Patria a voi, ma sono certo che saprete sopportare con coraggio e con fierezza questo colpo assai duro.
Dunque, non addio, ma arrivederci in una vita migliore. Ricordatevi sempre di un figlio che vi chiede perdono per tutte le stupidaggini che può aver compiuto, ma che vi ha sempre voluto bene.
Un caro bacio ed abbraccio
Renzo